acli ascoli satriano "don tonino bello"

Uscire dal declino: ripartire REDDITI e LAVORO

In Articoli on 15/12/2012 at 12:23

La lezione fondamentale che si ricava della crisi ed i suoi effetti, è che non è possibile affidarsi a mercati incontrollati ed autoregolamentati, ma serve una risposta economica più razionale e lungimirante (vedi Documento del Pontificio Consiglio sul sistema finanziario); tralasciando approfondimenti su Eurolandia, restiamo alla nostra questione centrale: per uscire dal declino serve più crescita e più occupazione.
Tutti parlano di crescita, ma niente si dice circa le vere leve per la crescita; salvo discutere di regole, di aggiustamenti, che possono aiutare, ma restano strumenti; da soli non bastano.
Si cresce se aumenta la domanda interna (il 70% del PIL) che è fortemente influenzata dalle capacità di spesa dei redditi da lavoro e da pensione (il 91% del gettito Irpef), ma anche dalla platea della domanda, quindi maggior occupazione, soprattutto stabile (non usiamo l’indice di disoccupazione, che è falsato perchè non tiene conto degli scoraggiati, dei NEET, etc., bensì usiamo un indice più corretto, cioè il tasso di occupazione, e scopriamo che da noi è al 56%, contro il 71% in Germania, il 69% in Gran Bretagna e Francia; così come la precarietà che non si risolverà mai, fintantochè i “contratti flessibili” costeranno molto meno del lavoro stabile, mentre andrebbe invertita la convenienza economica).
Quindi, non si può parlare di crescita se non si affrontano le DISEGUAGLIANZE nella DISTRIBUZIONE dei REDDITI e nella RAREFAZIONE del LAVORO STABILE; la cui urgenza deriva dal fatto che un eccesso di diseguaglianze prolungato nel tempo crea disgregazione sociale. Nella società della conoscenza, una maggiore eguaglianza non è solo un fattore decisivo della coesione sociale e di tenuta del tessuto democratico, ma assume valore economico, perché rafforza la domanda interna.
Questo è l’unico modo per ricreare le condizioni della crescita (vedi i 2 Nobel: Krugman, Stiglitz), ed è dimostrato dai 6 paesi europei a minor diseguaglianza (i 4 paesi scandinavi, Germania, Olanda) che hanno retto meglio degli altri nella crisi ed a più alto Pil procapite; paesi più uguali, paesi più ricchi. Se poi vediamo che ai primi posti al mondo per IDE c’è la Svezia, con quasi il 30%, che ha un Welfare tra i più ricchi e le minori diseguaglianze (il rapporto PIL/abitante è tra i più alti), si capisce come si muove il capitale nel mondo: nei paesi emergenti il costo del lavoro diventa decisivo per produzioni a basso contenuto di tecnologie facilmente replicabili, mentre nei paesi avanzati, sono determinanti i fattori di conoscenza e di elevata specializzazione della forza lavoro.
Perciò indico QUATTRO leve per la crescita, che ritengo principali; 2 prioritarie e 2 complementari:
1. Riequilibrio delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi; piuttosto che politiche di incrementi salariali (che avrebbero controindicazioni sui costi in una fase recessiva), privilegiare politiche fiscali redistributive a vantaggio dei redditi da lavoro e da pensione, utilizzando a tal fine i proventi derivanti dal recupero delle risorse occulte (evasione, corruzione, etc.), restituendo così potere d’acquisto a chi l’ha perso.
2. Politiche attive e di ripartizione del lavoro; il punto non è lavorare di più, bensì lavorare meglio ed in modo produttivo, persino con orari più corti (anche per creare più occupazione); per l’Ocse i paesi con maggiore produttività sono quelli con orari annui più corti (gli stessi con il più alto tasso di occupazione), mentre quelli con orari più lunghi sono a più bassa produttività (e a più basso tasso di occupazione). Quindi prima ancora del Kurzarbeit tedesco o della Annualisation des oraires francese (perchè impatterebbero entrambi con la difficile e complicata questione: riduzione orario con quanta parità di salario), privilegiare l’allargamento del part-time volontario (sull’esempio olandese che ha il più alto tasso di occupazione al mondo: 75%).
Inoltre ridestinare gli incentivi verso destinazioni mirate che diano più occupazione stabile, come i servizi che hanno alta incidenza occupazionale e sono composti per l’80% di laureati e diplomati.
3. Politiche industriali e di sostegno all’innovazione e ricerca; riprendere una seria politica industriale (scomparsa da oltre un decennio) verso settori produttivi ad alta crescita, nell’innovazione dei processi per aumentare la competitività, strutture formative e di ricerca adeguate, per mantenere i cervelli in Italia e per richiamare più laureati e manodopera altamente qualificata, sempre più decisivi nella competizione fondata sulla conoscenza, come hanno fatto Scandinavia, Germania, Francia, etc., che sono i nostri competitori, non Cina e India.
4. Incrementare la produttività con accordi di “partecipazione”; diffondere un sistema contrattuale di aumenti di produttività legata al salario, in grado di coniugare una ritrovata “responsabilità sociale delle imprese” con un sindacato che si riappropri della logica contrattuale “partecipativa”, abbandonando sia il modello antagonista, sia quello subordinato, che sono entrambi, sia pur opposti, sbagliati e funzionali a conservare lo status-quo. Senza andare in Germania, anche da noi ci sono esempi virtuosi: Ferrero, Barilla, ABB, etc.
Le risorse? Non è vero che non ci sono, che la coperta è corta, etc., perché ci sono risorse occulte pari a ±170 mld/anno di evasione, ±70 mld/anno di corruzione, il sommerso al 17,5% del PIL, etc. Quindi reperiamole emulando il modello USA contro evasione e corruzione; si tratta solo di volerlo fare, è difficile ma non impossibile, adeguando i controlli incrociati e le normative, anche penali e soprattutto di confisca dei beni, con il vantaggio di scoprire e colpire la criminalità organizzata nella sua parte più sensibile: le fortune illecitamente accumulate; per riaccreditare un senso civico della legalità e del vivere insieme, contro le furbizie, gli egoismi, le corporazioni, le clientele, il malaffare, etc.
Inoltre, un’imposta straordinaria per 5 anni (se non strutturale) sui grandi patrimoni, cioè su quel 10% di famiglie che detiene il 48% della ricchezza nazionale (aumentando di 7 punti anche in questi anni di crisi). Un calcolo approssimativo: ad es. con lo 0,5% si avrebbero ben 24 mld di euro/anno, pari a 10.000 euro/medie/anno per ogni famiglia ricca, che non verrebbero impoverite per questo (per loro) minimo importo, ma darebbero un contributo meritorio e solidale al paese, per il futuro dei loro come dei nostri figli. Non è una proposta scandalosa, a meno che non si pensi che c’è chi è esentato dai sacrifici che fanno tutti gli altri.
Concludendo: si cresce “pagando tutti per pagare meno” e “lavorando meno per lavorare tutti” (adattando vecchi slogan alla nuova realtà odierna); cioè la crescita (e maggiore occupazione) si realizza con politiche di riduzione delle diseguaglianze e di ripartizione del lavoro; rafforzando l’idea di un sistema capitalistico capace di coniugare libertà economica con solidarietà sociale, centrato sul benessere diffuso della comunità, alternativo all’egoistico arricchimento con qualsiasi mezzo a scapito degli altri, che è il fondamento teorico del neo-liberismo avido (che non è libertà ma sopraffazione, come dimostra la complicità con il totalitarismo cinese).
Per risalire la china e battere disaffezione e qualunquismo, altrimenti inarrestabili, servono idee, proposte concrete, e capacità di lottare (essere ragionevoli e responsabili non vuol dire essere arrendevoli) per ideali e valori riconducibili ad un “nuovo approccio culturale”, una nuova filosofia, una nuova (mi si passi il termine) IDEOLOGIA, una governance equa e solidale dell’economia, per un’Italia diversa, che riconosca il merito ed aiuti chi ha bisogno, un paese solidale che assicuri l’eguaglianza delle opportunità, prefiguri una società meno diseguale, per riattivare e rendere ancora possibile la mobilità sociale.

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