acli ascoli satriano "don tonino bello"

Posts Tagged ‘crisi economica’

Zero zero cinque

In Articoli on 17/02/2013 at 20:50

spbsoftwarehouse.com

La Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF) consiste in una tassa da applicare a tutte le transazioni sui mercati finanziari, effettuate tramite lo scambio di azioni, obbligazioni, scambi valutari, contratti futures o di qualsiasi altro strumento finanziario scambiato tra operatori attivi sui mercati. Una tassa dello 0,05% dell’ammontare della transazione, da applicare limitatamente alle operazioni tra attori operanti in maniera abituale sui mercati. Ciò significa che non graverebbe su transazioni quali pagamenti per beni e servizi, prestazioni lavorative, rimesse verso l’estero, così come sui prestiti interbancari a breve termine e su tutte le operazioni bancarie ordinarie (prelievi, bonifici, versamenti ecc.). Ciò differenzia la TTF dalla Tobin Tax, che si riferisce, con un tasso maggiore, unicamente agli scambi in valuta.

Una siffatta tassa ha come scopo quello di porre un freno alle operazioni speculative che tante responsabilità hanno avuto nell’odierna crisi economica e che poco o nulla hanno a che fare con l’economia reale. Inoltre, ad un tasso dello 0,05, si stima che la tassa sia in grado di generare un gettito mondiale ben superiore a 500 miliari di dollari, con i quali si potrebbe ridurre il debito pubblico di numerosi paesi, ripianare le spese pubbliche ed aumentare i fondi a disposizione per la cooperazione internazionale.

Tale tassa potrebbe stimolare l’economia sociale e ridare slancio alle politiche sociali.

Firma l’appello indirizzato al G20, per l’introduzione della TTF

UNIMONDO

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La crisi economica giustifica lo schiavismo?

In Articoli on 27/12/2012 at 22:55

La crisi economica giustifica lo schiavismo?.

Rapporto Censis 2012: l’Italia che sopravvive

In Articoli on 19/12/2012 at 19:29

Preciso e puntuale il lavoro di ricerca effettuato analizzando direttrici quali il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, la formazione, i soggetti e i processi economici, il territorio e le reti, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la cittadinanza e la sicurezza, il Rapporto Censis fotografa ogni anno il nostro paese.

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Efficienza nei consumi

In Permacultura on 13/12/2012 at 14:37

Efficienza nei consumi

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Si sente spesso parlare di auto ecologiche, rispettose dell’ambiente, dai consumi ridotti, a bassa emissione di CO2, che utilizzano ecocarburanti. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di specchietti per le allodole. Da uno studio condotto dal portale d’informazione Terra!, risulta come in Italia, il 91% delle pubblicità relative al comparto automobilistico è illegale. Ciò perché le pubblicità in questione non riportano alcuna informazione sui consumi e sulle emissioni di CO2, oppure perché tali informazioni vengono riportati in piccole dimensioni, poco leggibili e irrilevanti rispetto al messaggio principale, e quindi inutili ai fini di una scelta consapevole da parte del consumatore.

In buona sostanza, nonostante la legge indichi espressamente l’obbligatorietà di tali segnalazioni negli spot commerciali, il consumatore non ha la reale possibilità di informarsi riguardo alle caratteristiche “ecologiche” dell’automobile in questione. È come se l’industria automobilistica continuasse a farsi beffa della salute di cittadini e dell’ambiente, negando ai consumatori la possibilità e il diritto di fare una scelta oculata e sostenibile per l’ambiente.

La campagna europea “Car fuel efficency” riunisce diverse associazioni ambientaliste di tutta Europa, con il fine di richiedere una legislazione comunitaria più severa e stringente in materia sia di comunicazione commerciale, sia di emissioni da parte delle auto di nuova immatricolazione. In Europa, il 25% dell’emissione dei gas serra è infatti dovuto al trasporto stradale, con le automobili a costituire la percentuale più elevata

unimondo

Amnesty International: “Le manifestazioni in Italia sono represse con eccessi di forza”

In Articoli on 15/11/2012 at 21:01

infosannio

All’indomani delle manifestazioni svolte il 14 novembre a Roma e in diverse città italiane contro le politiche di austerity, Amnesty International chiede alle istituzioni italiane di rispettare gli standard internazionali sull’uso della forza e delle armi, prevenire le violazioni dei diritti umani, assicurare indagini rapide e approfondite e procedimenti equi per l’accertamento delle responsabilità.

‘Abbiamo visto, per tutta la giornata di ieri, immagini che destano preoccupazione” ha detto Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia. “Le proteste sociali e i loro contenuti rischiano di essere oscurati e schiacciati da un contesto caratterizzato da atti di violenza da parte di alcuni manifestanti, nell’ambito del quale l’operato della polizia, per quanto complesso, avrebbe dovuto mirare a proteggere le persone, anche attraverso un uso proporzionato e legittimo della forza’.

‘Le forze di polizia hanno precisi obblighi di diritto internazionale e interni di protezione dei manifestanti, compreso quello di disperdere eventuali proteste violente…

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Alle radici della crisi economico-finanziaria: i ripensamenti della teoria economica

In Articoli on 07/11/2012 at 14:05

A vari livelli si può indagare per trovare risposta alla domanda circa le cause della crisi.

Il primo livello è quello della crisi dei mutui subprime, in connessione con lo scoppio della bolla immobiliare negli Usa. Dopo la crisi del 1929, banche e assicurazioni vennero ampiamente disciplinate e regolate. La deregolamentazione degli anni ’80 e ’90 ha consentito un’enorme espansione del settore. L’attività delle banche è sempre meno legata alla differenza fra tassi attivi e passivi e consiste sempre di più in servizi di intermediazione finanziaria che danno luogo a commissioni. Si afferma lo schema originate and distribute, che induce le banche a cedere i crediti per i finanziamenti erogati e consente di spingere la leva finanziaria a livelli enormemente elevati. I rischi di credito vengono ceduti alle imprese di assicurazione che, incassando lauti premi per rischi individuali apparentemente modesti, non si avvedono del rischio sistemico.

 

Ipotesi e modelli troppo rigidi

 

La crisi economica è, dunque, in primo luogo crisi del settore finanziario e assicurativo. Dagli studiosi di finanza, dunque, dovrebbero venire un profondo ripensamento del modo di operare dell’intermediazione finanziaria e nuove regole a tutela dell’interesse pubblico, che è certamente in conflitto con il perseguimento del profitto da parte di poche grandissime imprese (troppo grandi per poter fallire) che operano in regimi di mercato semi-monopolistici.

 

Gli economisti tendono, per deformazione professionale, a sopravalutare i meriti dei meccanismi di mercato e la capacità dei mercati di raggiungere l’equilibrio e sono indotti a pensare che le ipotesi astratte da cui dipendono le conclusioni dei loro modelli siano sempre soddisfatte, per quanto scarsamente realistiche. Le ipotesi da cui dipendono i teoremi della finanza aziendale prevedono che i soggetti agiscano individualmente e isolatamente in un contesto di informazione perfetta e che, dunque, i loro comportamenti siano analizzabili nei termini di un singolo agente razionale rappresentativo.

 

Questa è la stessa ipotesi che è alla base della micro fondazione della moderna teoria macroeconomica e trova giustificazione solo nell’esigenza di semplificare inizialmente i ragionamenti. Sorprende che sia stata usata negli stessi termini, e senza alcuna cautela supplementare, nell’ambito della finanza dove le esigenze di realismo, trattandosi di ambiti più specifici, sono evidentemente molto maggiori.

 

I risultati delle analisi sono logiche conseguenze delle ipotesi e il loro livello di realismo e plausibilità è spesso molto discutibile. Addirittura minore di quello delle ipotesi da cui dipendono. Ne è un esempio la critica di Pasinetti al teorema Modigliani-Miller, nell’intervento che è stato recentemente ripubblicato su questa rivista. Come ci ricorda Pasinetti, il teorema Modigliani-Miller ci induce a ritenere che il rapporto tra debiti e mezzi propri delle imprese non incida sul loro valore di mercato. Una conclusione che non ha evidentemente alcuna plausibilità concreta, ma può indurre il management ad assumere decisioni distorte sul livello dei profitti da conseguire nel breve periodo e sull’ammontare dei dividendi da distribuire.

 

Ma le conseguenze dei teoremi di economia finanziaria sono ancora più ampie e profonde. Per ragioni che dovrebbero essere analizzate più approfonditamente, i mercati finanziari reali sono considerati assai prossimi al modello teorico ideale. Tale tesi dovrebbe essere dimostrata. Diventa invece, in questo caso, un’ipotesi dalla quale si traggono implicazioni operative concrete. L’ipotesi dei mercati efficienti, che è alla base della moderna teoria della finanza, asserisce che i prezzi di mercato delle attività finanziarie contengono tutte le informazioni rilevanti su tali attività. Se ciò fosse vero non vi sarebbe nessuna ragione per interferire nell’operare spontaneo dei mercati.

 

La teoria della scelta del portafoglio ottimo di Markowitz e la formula del prezzo delle opzioni di Black Sholes soffrono di analoghe debolezze congenite. I dati empirici mostrano una volatilità assai superiore a quella prevista dal modello teorico e, soprattutto, la frequenza delle crisi finanziarie negli ultimi venticinque anni non si raccorda con la teoria che suggerisce che le crisi dovrebbero essere eventi del tutto improbabili.

 

Tutto ciò sta aumentando l’influenza e l’interesse per le analisi che non si basano sulle ipotesi che gli agenti agiscano individualmente e isolatamente in un contesto di informazione perfetta e che, dunque, i loro comportamenti siano analizzabili nei termini di un singolo agente razionale rappresentativo. Nuovi modelli possono essere sviluppati, a partire dall’ipotesi che i soggetti sono eterogenei, hanno informazioni imperfette, si osservano a vicenda e ottengono informazioni dalle transazioni che osservano, hanno comportamenti imitativi, cercano di ridurre i rischi, operando in una rete di mercati tra loro interconnessi, che funzionano sulla base di rapporti di fiducia reciproca. Tali modelli possono dar luogo a vari tipi di fragilità finanziaria o a una successione di bolle e di crolli dei prezzi. Uno scenario molto diverso da quello della teoria tradizionale.

 

Luci e ombre della teoria keynesiana

 

I problemi dei mercati degli intermediari finanziari e dei modelli che non riescono a spiegarne adeguatamente il funzionamento creano difficoltà e mettono in crisi anche la moderna teoria macroeconomica. Alcuni appelli a ripensare la macroeconomia sono stati lanciati dopo lo scoppio della crisi. La crisi economica del 1929 ha contribuito a produrre la rivoluzione keynesiana! Possiamo aspettarci qualcosa di simile nei prossimi anni?

 

Nel suo ultimo volume pubblicato, Pasinetti sostiene la tesi provocatoria che quella di Keynes sia una rivoluzione della teoria economica che, sebbene accantonata negli ultimi trent’anni,deve ancora essere portata a compimento. È difficile rispondere alla provocazione. La teoria keynesiana è molto convincente nello spiegare le ragioni della possibile persistenza della disoccupazione, dell’instabilità economica e delle fluttuazioni cicliche e fornisce rimedi per correggere tali situazioni. Secondo Keynes, che pure era politicamente un conservatore liberale, tali situazioni sono caratteristiche inevitabili del capitalismo e delle economie di mercato.

 

I presupposti ideologici della teoria economica tradizionale, invece,tendono a basarsi su una visione mitica dei meccanismi di mercato, che la dura realtà delle vicende economiche si incarica periodicamente di smentire, senza però riuscire apparentemente a intaccare il mito. Per questa ragione mi sembra improbabile che la teoria keynesiana possa diventare un’alternativa alla teoria tradizionale, specialmente negli Stati Uniti. Nel frattempo, le politiche economiche keynesiane sono state usate e continuano a essere usate ampiamente, pur con qualche esitazione metodologica, quasi ovunque. La tesi di fondo della teoria keynesiana è invece molto più difficile da accettare, perché richiede di mettere in discussione, almeno in parte, la fiducia nel meccanismo di mercato. Un terreno minato, che la teoria economica è molto riluttante a percorrere.

 

Per tentare di ridurre l’impatto della crisi sull’economia reale, le politiche monetarie e fiscali keynesiane sono state usate a livelli e con intensità assolutamente straordinari e il successo, nel breve periodo, è riconosciuto quasi da tutti. Le cause della crisi, però, non sono state rimosse e, paradossalmente, le politiche monetarie iper accomodanti adottate accrescono il pericolo, nel medio periodo, di una nuova crisi ancora più profonda.

 

L’entità della crisi

 

«Molti cigni neri nuotano ancora sul lago dell’economia globale», sosteneva Dominique Strauss-Kahn, presidente del Fondo Monetario Internazionale, poco prima delle sue dimissioni, alludendo al fatto che, quasi tre anni dopo lo scoppio della crisi, quasi nulla è stato deciso per regolare a livello nazionale e internazionale le transazioni finanziarie e i nuovi strumenti finanziari che sono stati introdotti. Gli squilibri di medio-lungo periodo nazionali e internazionali che hanno accompagnato il processo di globalizzazione dei mercati non si stanno riducendo. Lo spostamento dell’attività produttiva nei paesi a bassi salari determina effetti deflazionistici nelle economie più avanzate, a causa dell’aumento della disoccupazione, a un livello dei salari stazionario o decrescente e a un aumento dei profitti e delle rendite.

 

Ciò ha provocato un significativo impoverimento delle classi medie e un conseguente impatto deflazionistico sul livello dell’attività economica nelle economie avanzate. L’accrescimento dei debiti pubblici e privati ha finora in parte nascosto e rinviato tali effetti in presenza di politiche monetarie e fiscali ampiamente espansive. Sperare che un ulteriore maggior ricorso al credito possa in aggiunta neutralizzare l’impatto deflazionistico della globalizzazione nelle economie fino a oggi più avanzate, oltre il breve periodo, è un’illusione sempre più pericolosa.

 

Tali fenomeni, infatti, non sono vicende congiunturali di breve durata. Il mantenimento per lunghi lassi di tempo di politiche keynesiane espansive, nel vano tentativo di attenuare gli effetti della crisi senza intervenire sulle cause, ha determinato squilibri strutturali che sarà molto impopolare correggere. Le radici più profonde della crisi riguardano l’accresciuta concentrazione della distribuzione personale dei redditi, che non ha evidentemente nulla a che fare con il riconoscimento del merito e comincia a far crescere una domanda politica di maggiore giustizia sociale e distributiva, che potrà avere una risposta solo se cambieranno alcune concezioni di fondo della nostra società.

 

Un accrescimento stabile della domanda effettiva nel medio periodo non può venire dal credito. Si richiede un aumento del potere di acquisto della popolazione e, cioè, una distribuzione del reddito più equa, che consenta a salari e stipendi di recuperare, almeno in parte, il terreno perduto nei confronti dei profitti che si sono ampiamente accresciuti come conseguenza dei bassi salari delle economie in via di sviluppo, in cui è stato possibile trasferire le attività produttive.

via ACLI Bergamo.

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